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Zen

I 10 Principi fondamentali della filosofia Zen

1: Vivi qui e ora;
2: Fai attenzione a tutto quello che fai;
3: Sii autentico verso i tuoi sentimenti;
4: Ama te stesso;
5: Impara a lasciare andare;
6: Sii onesto con te stesso e con gli altri;
7: Sii consapevole dei tuoi desideri;
8: Sii responsabile di te stesso e del mondo;
9: Non opporti al flusso della vita;
10: Trova la pace interiore.

La straordinarietà di essere un uomo ordinario

L’UOMO DELLO ZEN è molto ordinario, straordinariamente ordinario. È ordinario al punto che, incontrandolo, è assai probabile che tu non sia in grado di riconoscerlo. Vive esattamente come te, mangia come te, dorme come te. In ogni modo possibile, è proprio come te. Per quanto riguarda l’aspetto esteriore, non è per nulla diverso da te.

Una differenza certamente esiste, ma è una differenza interiore. Ha una visione interiore, ha chiarezza. Ci vede, mentre tu sei cieco. È sveglio, e tu dormi. Tu sei ubriaco: ubriaco di avidità, ubriaco di cupidigia, ubriaco di rabbia, ambizione, ego.
L’uomo dello Zen semplicemente non È ubriaco, è sobrio. Cammina consapevolmente, siede consapevolmente: ‘Cammina nello Zen, siede nello Zen’. Non è speciale, in alcun modo. Non assomiglia agli altri cosiddetti santi. Non si stende su un letto di spine, o un letto di chiodi, non si mette a testa in giù. Non è stupido, né esibizionista. Non va in giro nudo per la strada. Non è matto, non è nevrotico! Vive in maniera molto ordinaria, molto normale.

È per questo che riconoscere l’uomo dello Zen è la cosa più difficile. Riconoscere un santo che cammina sull’acqua è facile: palesemente, il suo essere speciale è ovvio. Ma l’uomo dello Zen non cammina sull’acqua. Non fa miracoli. Non si dedica ai vani giochi dell’ego. Non è un ego, non è neppure una persona. È solo una presenza, una non-entità. È un nulla assoluto. Solo quando è un nulla assoluto, un individuo è ricco di consapevolezza. Qualunque cosa faccia, la fa con totalità. Solo un uomo che non è ubriaco agisce con totalità. In caso contrario, si rimane parziali, solo una parte si mette all’opera e contemporaneamente altre parti possono esserle antagoniste, essere distruttive. Puoi creare qualcosa con una mano e distruggerla con l’altra. Un ubriaco non sa dove sta andando. Pensa di essere sulla via giusta, ma è soltanto un sogno.

L’uomo dello Zen è consapevole in modo assoluto – senza avidità, rabbia, gelosia, ambizione. Queste sono tutte droghe: ti mantengono in uno stato di sonno. È un miracolo che tu riesca a barcamenarti con così tanti veleni che ti scorrono nel sangue, e nel tuo stesso essere. Questa è l’unica differenza, altrimenti, da fuori, non riuscirai a capirlo. Ci sono dei cosiddetti santi che creano differenze esteriori perché interiormente non ci sono differenze. Se ne stanno in piedi nudi, torturano i loro corpi, si mettono a digiunare. Devono contorcere i loro corpi, maltrattarli. Devono fare qualcosa che li rende speciali rispetto a te, “più santi di te”
Un uomo dello Zen non è “più santo di te”. Non pensa assolutamente di essere più evoluto di te. Vive la sua natura, in semplicità.
Yoka dice: “L’uomo dello Zen procede in solitudine.”

Questa è la sua prima caratteristica. Non appartiene a una psicologia di massa. Non è indù, non è musulmano, non è cristiano, non è ebreo. Non è indiano, non è giapponese, non è cinese – non può esserlo. Non appartiene ad alcun gruppo. è solo. è un ribelle. Vive seguendo la propria luce. Non segue né imita qualcuno. Ha raggiunto la sua meta. Qual è la meta? La meta non è da qualche parte fuori di te. Non è laggiù, remota come una stella: è dentro di te, è la tua interiorità. Egli è entrato nella sua interiorità. E l’uomo che ha raggiunto la sua meta….. può giocare lungo la via che conduce al Nirvana.

È giocoso, non è serio. Non può essere serio, la vita nel suo complesso è un gioco divino, (lila) , ed egli ne è una parte. Sta semplicemente recitando il suo ruolo. Recita il suo ruolo nel migliore dei modi, nella maniera più perfetta possibile, ma sa che il mondo è un grande palcoscenico, una grandiosa rappresentazione teatrale – ma nulla più. Quindi non lo prende sul serio. L’uomo dello Zen è gentile per natura e armonioso.

Non finge di essere speciale, è gentile per natura. È molto umano, completamente umano. La sua umanità è magnifica, intensa, assoluta. Non avanza pretese di sacralità – e poiché non ha pretese, è sacro. È armonioso. Non è diviso interiormente, non è costantemente impegnato in una guerra civile. È una melodia, una musica. Se siedi al suo fianco sarai in grado di sentire quella musica.
Proprio l’altro giorno mi è stato chiesto: “Osho, ogni volta che mi avvicino a te sento un profumo particolare. Che profumo è?”. Io non uso profumi – non posso. Chi l’ha chiesto è un medico, lo sa che sono allergico… la domanda per lui ha dunque maggiore pertinenza. E dice di sentire sempre lo stesso profumo quando si trova vicino a me. Quella fragranza non ha nulla a che vedere con un profumo. È la fragranza dell’armonia, è la musica. Si esprime in molti modi. A volte la puoi udire come un suono silenzioso, un mormorio, il vento che soffia tra i pini, o il suono dell’acqua che scorre. La sentirai anche come una musica, e qualche altra volta ti arriverà come un odore, una fragranza profumata. Oppure la vedrai nella forma di aura, una luce, molto misteriosa.

Ma l’uomo dello Zen vive semplicemente in armonia, ed è dall’armonia che prendono forma tutte queste cose. Il suo spirito è semplice, pulito, puro e sincero.
Il suo Zen, che nessuno vede, è un tesoro di incommensurabile valore.
Puoi vedere il suo corpo, non puoi vedere il suo Zen. Non puoi vedere la qualità meditativa del suo essere, non puoi vedere la sua consapevolezza, a meno che anche tu non diventi consapevole. Puoi conoscere solo quello di cui hai avuto esperienza.
È una benedizione per te l’essere in grado di sentire un certo profumo. Significa che hai raggiunto una certa profondità, una certa elevatezza nel tuo essere.
Il suo Zen, che nessuno vede, è un tesoro dal valore incommensurabile. Il suo gioiello, unico e di incalcolabile valore, non cambia mai, in qualunque modo lo si usi. E gli altri ne possono godere i benefici liberamente, in tutte le occasioni.

L’uomo dello Zen trabocca sempre di gioia. Tu ne puoi favorire. È uno che dà: dona letizia, dona gioia, dona bellezza, dona verità. Irradia verità, irradia il divino, ma in profondo silenzio… senza alcuna dichiarazione. Riversa incessantemente le sue benedizioni nell’esistenza. È una benedizione per il mondo.

Tratto da:
Osho, Walking in Zen, Sitting in Zen #4

Storiella zen “Né acqua, né luna”

“Né acqua, né luna”

lunapozzo

La monaca Chiyono
studiò per anni,
ma non fu capace di trovare l’Illuminazione.

Una notte
stava portando
un vecchio secchio pieno d’acqua.

E mentre camminava solitaria
guardava la luna piena
riflessa nell’acqua del secchio.

Improvvisamente,
la canna di bambù
che sorreggeva il secchio,
si ruppe,
e il secchio cadde a terra.

L’acqua fuggì via,
il riflesso della luna scomparve -
e Chiyono diventò Illuminata.

E scrisse questi versi:

“In un modo e nell’altro
ho cercato di sorreggere il secchio
sperando che il debole bambù
non si sarebbe mai spezzato.

Improvvisamente il sostegno si è rotto.

Non più acqua,
non  più luna nell’acqua,
il vuoto nelle mie mani”

Ecco come ne parla Osho, nella spiegazione del più significativo di questi racconti zen, dal titolo: « Né acqua, né luna ». « Va col vuoto tra le mani, poiché questo è tutto. Questo è il mio dono. Se riesci a portare il vuoto tra le tue mani, allora ogni cosa diventa possibile. Non portarti dietro i tuoi pensieri, la tua conoscenza, non portarti dietro niente di ciò che riempie il secchio, e che non è altro che acqua, perché altrimenti guarderai sempre e solo il riflesso, e nient’altro. Nella ricchezza, nei beni materiali, nella casa, nell’automobile, nel prestigio, tu non vedrai che il riflesso della luna piena nell’acqua del secchio, mentre la luna vera è li, in alto, che ti aspetta da sempre. Lascia cadere il secchio, cosi che l’acqua sfugga via, e con essa la luna. Solo questo ti permetterà di alzare lo sguardo e vedere la vera luna nel cielo; ma prima devi avere conosciuto il sapore del vuoto, devi lasciar cadere il secchio della tua mente, dei tuoi pensieri: non più acqua, né luna. Il vuoto nelle mani».

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La ricerca spirituale vista attraverso i “10 tori Zen”

L’illuminazione alla quale fa riferimento lo Zen può rivelarsi in un istante.

Ma l’uomo vive nel tempo e, così, anche lo Zen deve scendere a compromessi e riconoscere i diversi gradi di consapevolezza che avvicinano all’istante eterno dell’illuminazione.

Nel dodicesimo secolo il maestro Zen cinese Kakuan disegnò i 10 tori, prendendo spunto dai più antichi tori taoisti e scrisse, in prosa e in versi, i commenti che compongono questo testo.

La sua versione è Zen puro e va oltre le versioni precedenti che si fermano con il nulla dell’ottavo disegno. Il toro rappresenta il principio eterno della vita.

I 10 tori rappresentano le tappe successive della realizzazione della propria vera natura.

Ancora oggi questa sequenza ha lo stesso vigore che aveva quando Kakuan (1100-1200) la elaborò da lavori precedenti e fece i suoi dipinti del toro.


1. La ricerca del toro

Nel pascolo di questo mondo, mi apro senza posa un varco tra l’erba alta in cerca del toro. Seguendo fiumi senza nome, perduto lungo l’intreccio dei sentieri di lontane montagne, Languenti le mie forze, spenta la mia vitalità, non riesco a trovare il toro. Odo soltanto, per tutta la foresta, frinire di notte le locuste. Il toro non è mai stato perduto. Che bisogno c’è di cercarlo? Soltanto la separazione dalla mia vera natura mi impedisce di trovarlo. Nella confusione dei sensi io perdo persino le mie tracce. Lontano da casa, vedo molte strade che si incrociano, ma quale sia quella giusta non lo so. Bramosia e paura, bene e male, mi avviluppano.

2.La scoperta delle orme


Lungo la riva del fiume sotto gli alberi, io scorgo le orme! Anche sotto l’erba fragrante vedo le sue orme. Le trovi nel più profondo di remote montagne. Queste tracce spiccano ben visibili come il tuo naso rivolto verso il cielo. Nel capire l’insegnamento vedo le orme del toro. Allora imparo che come molti utensili sono fatti di un solo metallo, così molte miriadi di entità sono fatte del tessuto dell’io. Se non faccio una discriminazione, come potrò distinguere il vero dal falso? Prima ancora di aver superato la soglia, ho scorto il sentiero.

3. La scoperta del toro

Odo il canto dell’usignolo. Il sole è caldo, il vento è mite, i salici sono verdi lungo la sponda. Qui nessun toro può nascondersi! Quale artista può disegnare quella testa massiccia, quelle corna maestose? Quando si ode la voce, si può intuire di dove viene. Non appena i sei sensi si fondono insieme, la porta è varcata. Dovunque si entri, si vede la testa del toro! Questa unità è come il sale nell’acqua, come il colore nella tinta. La cosa più infinitesimale non è separata dall’io.

4. La cattura del toro

Io lo afferro con una lotta tremenda. La sua enorme volontà e la sua possanza sono inesauribili. Egli si avventa verso l’alto altipiano che sovrasta le fitte nebbie, O in un burrone impenetrabile sta immoto. Egli è rimasto a lungo nella foresta, ma oggi l’ho catturato! L’entusiasmo per il paesaggio gli fa perdere l’orientamento. Voglioso d’erba più dolce, va errabondo. Ma la sua mente è testarda e sfrenata. Se voglio che si sottometta, devo alzare la frusta.


5. Domare il toro

La frusta e la corda sono necessarie, Se no egli potrebbe sfuggirmi per qualche strada polverosa. Bene addestrato, diventa naturalmente mansueto. Allora, senza pastoie, obbedisce al padrone. Quando nasce un pensiero, lo segue un’altro pensiero. Quando dall’Illuminazione sgorga il primo pensiero, tutti i pensieri successivi sono veri. Attraverso l’illusione rendi falsa ogni cosa. L’illusione non è causata dall’oggettività. Stringi forte l’anello che gli attraversa le nari e non consentirti il minimo dubbio.

6. Cavalcare il toro verso casa

Cavalcando il toro, io ritorno lentamente verso casa. La voce del mio flauto canta nella sera. Scandendo con la mano la pulsante armonia, dirigo il ritorno senza fine. Chiunque oda questa melodia si unirà a me. La lotta è finita; guadagno e perdita sono ormai la stessa cosa. Io canto la canzone del boscaiolo del villaggio e suono i ritornelli dei bambini. A cavalcioni del toro, guardo le nuvole alte sopra di me. Se qualcuno desidera richiamarmi, io non gli bado: vado avanti.

7. Il toro trasceso

A cavalcioni del toro, arrivo a casa. Sono sereno. Anche il toro può riposarsi. L’alba è giunta. In felice tranquillità, Sotto il tetto di paglia della mia dimora, ho abbandonato la frusta e la corda. Tutto è una sola legge, non due. Noi assoggettiamo il toro solo temporaneamente. È come il rapporto tra il coniglio e la trappola, tra il pesce e la rete. È come l’oro e la scoria, o la luna che esce da una nuvola. Un solo sentiero di limpida luce avanza attraverso il tempo senza fine.


8. Superamento del toro e del sè

Frusta, corda, persona e toro – tutto si fonde nel nulla. Questo cielo è così vasto che nessun messaggio può macchiarlo. Come può un fiocco di neve esistere in un fuoco divorante? Qui ci sono le impronte dei passi dei patriarchi. La mediocrità è morta. La mente è sgombra da ogni limitazione. Non cerco uno stato di illuminazione, e nemmeno rimango dove l’illuminazione non esiste. Poiché non mi fermo né in questo né in quell’altro stato, gli occhi non possono vedermi. Se anche centinaia di uccelli cospargessero di fiori il mio sentiero, questo elogio sarebbe privo di senso.

9. Raggiungere la fonte

Troppi passi ci sono voluti per tornare alla radice e alla sorgente. Magari fossimo stati ciechi e sordi fin dal principio! Abitare nella propria vera casa, incuranti di quel che c’è fuori… Il fiume continua a scorrere tranquillo e i fiori sono rossi. Fin dal principio la verità è chiara. Equilibrato nel silenzio, io osservo le forme di integrazione e disintegrazione. Chi non è attaccato alla “forma” non ha bisogno di essere “riformato”. L’acqua è smeraldo, la montagna è indaco, e io vedo Ciò che crea e Ciò che distrugge.

10. Tornare nel mondo

Scalzo e col petto nudo, mi mescolo alla gente del mondo. Le mie vesti sono lacere e impolverate, e io sono sempre colmo di beatitudine. Non uso magie per prolungare la mia vita; Ora, davanti a me, gli alberi morti diventano vivi. Dentro la mia porta, mille saggi non mi conoscono. La bellezza del mio giardino è invisibile. Perché si dovrebbero cercare le orme dei patriarchi? Io vado al mercato con la mia bottiglia di vino e torno a casa col mio bastone. Visito la bettola ed il mercato, e chiunque io guardi diventa illuminato.

Fonte: www.dadrim.org

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