Buddha (565 a.C.–486 a.C.)
Siddharta Gautama Sakyamuni, detto il Buddha (risvegliato, ma anche illuminato), nacque nel 565 a. C. a Kapilavatthu, nel regno degli Shakya, in una piccola regione ai piedi dell’Himalaya che corrisponde all’attuale Nepal. Sua madre rispondeva al nome di Mahayama, e morì sette giorni dopo la sua nascita. Il padre si chiamava Shuddodana, ed era il sovrano del popolo degli Shakya.
Siccome un saggio profetizzò che Siddharta sarebbe stato o un grande sovrano o un grande saggio spirirituale, Shuddodana fece sì che la vita di Siddharta non potesse prendere pieghe che lo conducessero ad attività spirituali, rinchiudendolo nel palazzo reale. Proibì a chiunque di esporre Siddharta alle sofferenze umane, cosìcchè Siddharta fu circondato solamente dalla salute e dalla bellezza nella sua gioventù.
Siddharta sposò sua cugina Yoshodhara all’età di sedici anni. Stanco della gabbia dorata, chiese di poter lasciare il palazzo per vedere la sua gente. Viaggiando per la capitale Kapilavatthu, rimase colpito dalla sofferenza dei suoi sudditi che gli era rimasta celata sino a quel momento. Ebbe a che fare con la vecchiaia, con la malattia e con la morte. Non era solamente affascinato da questi fenomeni, ma giunse anche a riflettere sulla natura della sofferenza e della felicità, mettendo a confronto la sua vita lussuriosa con quella dei suoi sudditi.
Vedendo che l’avanzare dell’età, la malattia e la morte erano parte di tutte le vite umane, si chiese se ci fosse un modo per mantenere la felicità nonostante l’ineluttabilità di queste sofferenze. Nel corso di uno di questi viaggi fuori dal palazzo, Siddharta incontrò un monaco che aveva rinunciato a tutti i piaceri sessuali. La cosa lasciò un’impressione indelebile nel giovane.
All’età di ventinove anni, ripudiando la lussuriosa vita condotta, Siddharta scappò dal palazzo e cominciò una vita ascetica. Andò a lezione da cinque dei più conosciuti asceti del suo tempo. Sorpassò i suoi maestri con i loro stessi metodi: dato che le loro pratiche enfatizzavano la mortificazione del corpo, quando Siddharta si accorse di essere deperito a tal punto da rischiare la morte, realizzò che tali tecniche non lo avrebbero portato da nessuna parte, e che la mortificazione non era la strada da seguire per liberarsi dalle sofferenze. Optò così per la via di mezzo: nè privazione esagerata nè lussuria estrema.
I cinque saggi lo abbandonarono perchè pensavano che Siddharta avesse rinunciato alla sua vita scetica. Rimasto solo, Siddharta decise di sedersi sotto un albero di pippala per meditare. S’impose che non si sarebbe più mosso finchè non avesse trovato la verità della sofferenza e la strada per l’illuminazione.
Lottò tenacemente per liberare la sua mente dai pensieri ingannevoli e per non cedere alle tentazioni, e dopo un’intera notte trovo finalmente la risposta sulla questione della sofferenza. L’illuminazione arrivò all’età di trentacinque anni, e più avanti la gente si riferì a lui con l’appellativo di Buddha, “il risvegliato”. Fu anche chiamato Shakyamuni, “il saggio della tribù degli Shakya”.
Siddharta si recò dai suoi antichi cinque maestri e nonostante la loro iniziale diffidenza, l’Illuminato li convinse che aveva raggiunto la consapevolezza. Alla fine divennero suoi discepoli e viaggiarono con lui per diffondere i suoi insegnamenti.
Per quarantacinque anni Siddharta viaggiò nel continente vivendo di elemosine e insegnando la via della liberazione dalla sofferenza. Quando lui e i suoi discepoli erano sulla via per il castello di Kusingara, Siddharta s’ammalò e cominciò a soffrire molto. E persino disteso in fin di vita sul manto della foresta, continuò ad insegnare ai suoi discepoli finchè la morte non sopraggiunse.
Dopo sei giorni e sei notti di cerimonie, il corpo del Buddha venne avvolto in teli, deposto in una bara di ferro, issato su una grande pira di legno profumato e cremato alla presenza di diverse centinaia di persone. Le sue ceneri vennero divise in otto parti che furono poste all’interno di altrettanti stupa (monumenti funebri) a Kusingara e a Pava nel regno dei Malla, a Kapilavatthu nel regno degli Shakya, a Rajagaha nel regno dei Magadha, a Versali nel regno dei Licchavi, ad Allakappa nel regno dei Buli, a Ramagama nel regno dei Koliya e a Vethadipa nel regno dei Vetha.
“L’insegnamento del Buddha è uno stile di vita, non un sistema di credenze. Ciò che ha trasmesso è estremamente scientifico, assolutamente empirico, molto pratico. Egli non è un filosofo, né un metafisico. È un uomo molto concreto, che afferma: «Puoi cambiare la tua vita, le credenze non sono necessarie». Anzi, qualsiasi credo è un ostacolo al reale cambiamento. Inizia libero da qualsiasi credo, senza alcuna metafisica, senza nessun dogma. Inizia assolutamente nudo e spoglio, libero da qualsiasi teologia, senza ideologie. Inizia vuoto! Quello è l’unico modo per conseguire la verità”. OSHO
“Il Buddha è spietato. Nessuno ha mai aperto le porte del Reale in modo così completo e profondo come lui ha fatto. Egli non ti permette alcun desiderio infantile. Egli afferma: «Diventa più consapevole, diventa più conscio, sii più coraggioso. Non continuare a nasconderti dietro a credenza, maschere e teologie. Prendi la vita nelle tue mani. Lascia che la tua luce interiori brilli in tutto il suo splendore e osserva qualsiasi cosa vedi. E quando sarai abbastanza coraggioso per accettare ciò che è, una benedizione discenderà su di te. Non occorre alcuna professione di fede». Questo è il primo passo del Buddha verso il Reale: affermare che qualsiasi sistema di credenze è velenoso, tutte le professioni di fede sono ostacoli”. OSHO

Frasi di Buddha
Nessuna cosa vivente deve essere uccisa, non il più piccolo animale o insetto, perché ogni vita è sacra.
Noi siamo quello che pensiamo.
Meno avete, e meno dovete preoccuparvi.
Il profumo dei fiori non va contro vento, non quello del sandalo, del tagara e del gelsomino; il profumo dei buoni va contro vento: un uomo retto pervade tutte le regioni.
È necessario che l’uomo si avvicini sempre più al bene e si adoperi per preservare la propria mente dalla malvagità. La mente di colui che compie buone azioni di malavoglia, infatti, si diletta nel male.
La violenza è il frutto del desiderio.
Rispetto all’esistenza di un uomo che viva cento anni senza prendere in considerazione la legge suprema, è preferibile un solo giorno di vita di colui che invece la rispetta.
È preferibile non fare un’azione che non va fatta, perché dopo ci si pente. Ciò che va fatto e meglio farlo bene, perché non ci si pente.
L’odio non cessa con l’odio, in nessun tempo; l’odio cessa con l’amore: questa è la legge eterna.
L’attenzione conduce all’immortalità, la disattenzione alla morte; gli attenti non muoiono mai, i disattenti sono come morti.
Se volete ottenere l’illuminazione, non dovete studiare innumerevoli insegnamenti. Approfonditene solo uno. Quale? La grande compassione. Chiunque abbia grande compassione, possiede tutte le qualità del Buddha nel palmo della propria mano.
È meglio se sei un vagabondo e viaggi da solo, anziché ammuffire in compagnia degli stolti!
Muoviti nel mondo celebrando, danzando, cantando, simile a un’ape; va da fiore a fiore, soltanto attraversando tutte le esperienze diventi maturo.
Il calunniatore è simile all’uomo che getta polvere contro un altro quando il vento è contrario; la polvere non fa che ricadere addosso a colui che l’ha gettata. L’uomo virtuoso non può essere leso e il dolore che l’altro vorrebbe infliggere, ricade su lui stesso.
Non credere a nulla, non importa dove l’hai letta o chi l’ha detto, neppure se l’ho detto io, a meno che non sia affine alla tua ragione e al tuo buon senso.
Chi non ha ferite sulla mano può, con quella mano, toccare il veleno: il veleno non penetra dove non esiste ferita; né esiste peccato per chi non lo compie.
Non date fede ai vecchi manoscritti, non credete una cosa perché il vostro popolo ci crede o perché ve l’hanno fatto credere dalla vostra infanzia.
Ad ogni cosa applicate la vostra ragione; quando l’avrete analizzata, se pensate che sia buona per tutti e per ciascuno, allora credetela, vivetela, e aiutate il vostro prossimo a viverla a sua volta.
È più importante impedire a un animale di soffrire, piuttosto che restare seduti a contemplare i mali dell’Universo pregando in compagnia dei sacerdoti.
L’uomo deve salvare se stesso con i propri sforzi, nessuno può fare per lui quel ch’egli deve fare per se stesso.
Con la stessa facilità con cui il vento
sradica un fragile albero
le tentazioni trascinano
chi è alla ricerca del piacere,
chi è avido, pigro e debole.
Ma, come il vento
non riesce ad abbattere una montagna,
nessuna tentazione scuote
chi è desto, energico,
fiducioso e vive semplicemente.
Questo cammino ariano ad otto vie, cioè: giusta visione, giusto scopo, giusto eloquio, giusta azione, giusta vita, giusto sforzo, giusta attenzione, giusta contemplazione.
Il viaggiatore, se non incontra a tenergli compagnia uno migliore di lui o simile a lui, proceda decisamente da solo: con lo stolto non vi è compagnia.
Come la rupe massiccia non si scuote per il vento, così pure non vacillano i saggi in mezzo a biasimi e lodi.
Io non cerco nessuna ricompensa
nemmeno di rinascere in cielo
ma cerco il bene degli uomini
cerco di ricondurre coloro che si sono persi
d’illuminare coloro che vivono nelle tenebre
e bandire dal mondo tutte le pene e le sofferenze.
Vinci pure mille volte mille uomini in battaglia: solo chi vince se stesso è il guerriero più grande.
Non c’è niente di costante, tranne il cambiamento.
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